Profilo storico di Giosue Carducci

Poeta e storico della letteratura italiana, editore di testi e filologo, critico militante, 'istitutore' e organizzatore di attività culturali nell'Italia unita, Giosue Carducci (Valdicastello, 1835-Bologna, 1907) è stato un vigoroso protagonista della società nostra del secondo Ottocento. "In una civiltà non ancora uniforme entro modelli culturali ben definiti" - scrive Andrea Battistini - "l'operosità instancabile di Carducci, che amava definirsi un 'onesto facchino', 'condannato ai lavori forzati della penna', ebbe modo di affermarsi su più fronti, tanto che, se Pascoli ebbe bisogno di tre scrivanie, le sue dovrebbero essere ben più numerose, viste le tante cariche pubbliche di cui fu investito, sommandosi in lui il professore universitario, l'ispettore scolastico, il consigliere comunale, il consigliere provinciale, il senatore del Regno".
Stabilitosi nel novembre 1860, con l'"Italia e l'unità", a Bologna, dove era stato chiamato dal Ministro della Pubblica Istruzione, Terenzio Mamiani (che aveva apprezzato nel giovane letterato maremmano - specie nell'autore delle Rime di San Miniato - l'intransigente "scudiero dei classici", il cultore severo di Pietro Giordani e Leopardi), per ricoprire la cattedra di letteratura italiana all'Alma Mater, Carducci vi esercitò per quarantaquattro anni il suo magistero. L'incontro con la nuova città amata subito per la "magnificenza di memorie", così da essere eletta "seconda patria", e l'inserimento in un milieu accademico che veniva svecchiandosi grazie a un manipolo di giovani intellettuali capaci di stimolare l'università, dopo decenni di immobilismo, ad un confronto costruttivo con la cultura scientifica e letteraria italiana ed europea, comportò per lo studioso un graduale allontanamento da quel classicismo angusto ed esterofobo coltivato nella "Toscanina" di fine Granducato e dunque l'avvio di una vivace attività di ricerca storica e critica in sintonia con gli orientamenti del cosiddetto 'metodo storico' (le ricognizioni sulla letteratura delle origini, sull'opera di Dante e sulla poesia popolare, esito della feconda collaborazione del maestro bolognese con il collega pisano Alessandro D'Ancona), sebbene "erudizione e filologia" restino sempre per Carducci, a dirla con Carlo Dionisotti, "a servizio della poesia e dell'eloquenza".
La presenza dinamica nelle principali istituzioni cittadine (la Commissione dei Testi di Lingua e la Deputazione di Storia Patria per le province di Romagna) insieme al robusto impegno nella "facoltà filologica" non sottraggono tempo allo studio, all'indagine storico-letteraria orientata a ricostruire il percorso della "tradizione patria", ma nel contempo aperta alla letteratura europea.
La lettura, in particolare, degli storici, dei romanzieri e dei philosophes francesi di côté repubblicano (Proudhon, Quinet, Hugo, Michelet) e, con questa, il sentimento di delusione cocente nei confronti di una classe politica incapace di dare vita a uno stato unitario contribuirono ad alimentare nello scrittore atteggiamenti palesemente antimonarchici e anticlericali che sostanziano la produzione poetica degli anni Sessanta: dall'Inno a Satana (1863) ai Levia Gravia (1868) attraverso i primi Giambi ed epodi, poi confluiti nella sezione Decennalia di Poesie (1871), la prima silloge organica carducciana che otteneva consensi anche all'estero. I temi politici e sociali sono affrontati con toni polemici, con modi consoni alla satira se non addirittura all'invettiva pungente e, pur attingendo alla lezione dei nostri classici (i prediletti Dante e Orazio), Carducci non esita a fare propri estri e materiali della poesia europea di ispirazione storico-patriottica (Chénier, Barbier, Hugo, Heine) anche per quanto concerne la sperimentazione dei ritmi, se è vero che in questi componimenti già si saggia quell'originale restauro delle forme metriche latine che costituirà la novità saliente della sua scrittura in verso negli anni Settanta. Le Primavere elleniche (1872) dedicate all'amata "Lidia" (Carolina Cristofori Piva) e le Odi barbare (1877), dove l'esperimento metrico (quei "versi fieramente rotti") è intrinseco al disegno di un rinnovato recupero della "bellezza antica" ("la rosea sanità" del mondo greco-latino) sulla traccia dei lirici tedeschi, sempre più frequentati e tradotti (Goethe delle Elegie romane, Heine, Hölderlin, Platen), ma anche di poeti francesi con cui aveva stabilito una buona consuetudine (André Chénier) o che veniva conoscendo in modo più approfondito (i parnassiani Leconte de Lisle, Gautier). La "precoce risonanza" conseguita "all'estero con la produzione ellenizzante e "barbara"", creando le "solide premesse al riconoscimento ottenuto nel 1906 col Nobel" (Guido Capovilla), è senz'altro favorita dalle traduzioni di alcune delle liriche sue più celebri messe in cantiere in Germania a cura, fra gli altri, dell'illustre storico e filologo Theodor Mommsen.
Eppure Carducci non amava essere chiamato 'letterato'. A riprova il fatto che la fervida creatività del lavoro poetico, destinato ad elargire nuovi frutti raccolti in Rime nuove (1887), quindi in Rime e ritmi (1899), non esaurisca affatto l'opera sua profusa nella vita del mondo accademico (dal 1875 ricopre nello Studio bolognese, per incarico, anche la cattedra di storia comparata delle letterature neolatine) e nella dedizione totale al mestiere di insegnante che comporta l'addestramento quotidiano dei giovani (vieppiù numerosi e uniti intorno a lui, così da formare la cosiddetta "scuola carducciana") all'analisi e all'interpretazione dei testi antichi e moderni con il sussidio di strumenti rigorosi.
La partecipazione diretta agli sviluppi della cultura nazionale si concretizzava soprattutto nell'azione scolastico-educativa attraverso un'assidua attività ispettiva condotta nei licei del Regno e nei molteplici incarichi svolti in seno al Ministero della Pubblica Istruzione (dove dal 1880 è membro del Consiglio Superiore). Immerso nell'acceso dibattito su temi e questioni della nascente scuola pubblica italiana, e, più in specifico, dell'insegnamento secondario classico, Carducci si dedicò pertanto con passione a definire il canone scolastico della letteratura, ovvero della disciplina che doveva "fare gli italiani", materia della fortunata antologia per i ginnasi e gli istituti secondari superiori - Letture italiane - allestita con l'ausilio dell'allievo Ugo Brilli e pubblicata fra il 1883 e 1884, quando lo scrittore è oramai l'acclamato Vate dell'Italia unita.
Certo è che il crescente consenso acquisito a livello nazionale coincide con il progressivo distacco di Carducci dall'area democratico-repubblicana, fino all'adesione sua incondizionata alla politica autoritaria di Francesco Crispi. L'ode Alla regina d'Italia, composta nel 1878, dopo l'incontro con i giovani reali in visita ufficiale a Bologna, non è solo l'esaltazione dell'"eterno femminino", ma documenta anche l'accostamento del "poeta-professore" alla monarchia dei Savoia, di cui avrebbe affermato il ruolo di garante dell'unità dello stato italiano. A determinare il nuovo atteggiamento politico, condiviso da non pochi personaggi di estrazione democratica, era peraltro la profonda delusione per la politica della Sinistra e la convinzione che proprio l'istituto monarchico potesse favorire un equo progresso sociale contro il minaccioso diffondersi del pensiero socialista.
Ma con l'uomo pubblico di successo, con l'oratore magniloquente (nei discorsi A commemorazione di Goffredo Mameli, Per la morte di Giuseppe Garibaldi, La libertà perpetua di San Marino), con l'organizzatore di eventi culturali di rilievo internazionale (le celebrazioni dell'Ottavo centenario dell'Università bolognese, di cui fu relatore ufficiale nel 1888) e con il senatore del Regno (nominato nel 1890) convive ancora, sullo scorcio dell'Ottocento, prima che la vecchiaia laboriosa ceda il passo a un tramonto immobile e melanconico, l'infaticabile "esploratore di storia letteraria", che licenziava gli importanti saggi leopardiani (1898) e, lavoro di una vita, il commento al Canzoniere petrarchesco (1899), prodotto del felice sodalizio con il discepolo "sovra tutti diletto" Severino Ferrari.
(Simonetta Santucci)

 

23- 11-2007 | Contatti | Credits