Casa Carducci

Museo

«Oggi ho ammirato la mia nuova casa» scriveva Giosue Carducci il 26 aprile 1890 a Giuseppe Chiarini. E la nuova abitazione era quella della Mura Mazzini, n.4, scelta dal professore sia per la posizione solitaria, quasi in campagna allora, lontana in ogni caso dal frastuono cittadino che non poco lo aveva infastidito, quando alloggiava in un quartiere del più nobile Palazzo Rizzoli in Strada Maggiore nel centro storico, fra i «palazzi antichi dell’antica Bologna», sia per il suo assetto comodo e spazioso ben adatto ad accogliere una raccolta libraria che, fra acquisti scambi doni, era cresciuta a dismisura contando già nella seconda metà degli anni Ottanta più di trentamila unità bibliografiche.
L’appartamento nel quale Giosue ed Elvira si trasferirono, l’8 maggio, riuniva, come si evince dal contratto d’affitto registrato fin dal 12 febbraio, ben quindici ambienti: camera di ingresso con balcone affiancata da un vano che avrebbe accolto il salotto buono della signora, sulle mura interne (verso la città), così come l’ampio corridoio, un andito adibito a stanza da lavoro di Elvira e la sua spaziosa camera da letto, mentre sul tratto esterno (verso la campagna) insieme agli ambienti del professore (la biblioteca e lo studio immenso), era disposta la sala da pranzo.

Questa la superficie orizzontale sopravvissuta e visitabile, laddove si è persa quella dimensione verticale (di cui qualche indizio solo nella diversità della pavimentazione), in seguito ai diversi restauri, che comprendeva «annessi tre piccoli gabinetti per bassi comodi, cucina sotterranea, ed altri due ambienti unitivi, nonché due stanze per servitù e più in basso, anzi al pian terreno, altra camera, dov’è l’ingresso secondario dell’abitazione oltre la cantina e legnaia sotterranea, ripostigli, camera per bassi comodi, pozzo».