Casa Carducci

Giosue Carducci / Biografia / L'età giacobina del poeta-professore

Il 18 agosto 1860, all'età di venticinque anni, Carducci, è chiamato da Terenzio Mamiani, ministro della Pubblica Istruzione del Regno d'Italia, a ricoprire la cattedra di letteratura italiana nell'Università di Bologna, dove insegnerà per quarantaquattro anni. L'incontro con la nuova città significò subito per Carducci l'avvio di una vivace attività di ricerca storica e filologica, il confronto con i più prestigiosi centri di studio della nascente nazione (gli Atenei di Pisa, Firenze e Torino), nonché l'adesione a nuovi indirizzi politici e ideologici.

La presenza dinamica nelle principali istituzioni culturali cittadine, la lettura degli scrittori europei e soprattutto lo studio degli storici francesi (Proudhon, Quinet, Michelet) di indirizzo repubblicano insieme all'acuta delusione nei confronti dell'azione politica della classe dirigente del nuovo stato italiano incapace di dare compimento al processo di unificazione nazionale (ancora aperte le questioni di Roma e Venezia), colpevole di avere emarginato Garibaldi dopo Aspromonte (1862), ancorché disattenta verso i gravi problemi che affliggevano la società italiana stimolarono nello scrittore atteggiamenti dichiaratamente antimonarchici e anticlericali. Episodi salienti di questa stagione giacobina: l'affiliazione alla Massoneria (1866) e la partecipazione a manifestazioni filo-mazziniane per cui fu perseguitato. Nel 1868 egli venne infatti sospeso dall'insegnamento e dallo stipendio per due mesi, avendo commemorato l'anniversario della Repubblica Romana del '49 e firmata una lettera da inviare a Mazzini con l'augurio di ricostituire quella repubblica.

La produzione poetica degli anni Sessanta (i versi confluiti in Giambi ed Epodi, 1867-79, l'inno A Satana, 1863) riflette questo impegno civile (già presente in Levia Gravia). Gli argomenti politici e sociali sono trattati con toni polemici e spesso aggressivi; pur attingendo alla lezione dei classici (Orazio, Archiloco, Dante) maestri indiscussi, Carducci trae spunti e materiali dalla poesia europea di ispirazione storico-patriottica (Chénier, Barbier, Hugo, Heine). Non meno operosa è in questi anni l'azione dello storico della letteratura nazionale: gli studi su Dante, su Poliziano, sulla letteratura delle origini, sulla poesia popolare testimoniano un fecondo eppure originale rapporto, nella diffusa temperie positivista, con il «metodo storico».

Nel 1870 due gravi lutti colpiscono Carducci e la sua famiglia: la morte del figlio Dante, all'età di tre anni (stroncato da meningite fulminante), e quella della madre Ildegonda. Il poeta, che abita in Via Broccaindosso n. 777 (lasciato già nel 1861 l'appartamento in via della Banzuole), si chiude in un cupo dolore.

A far rinascere in lui il «santo entusiasmo» per la vita sarà l'amore per Carolina Cristofori Piva (1837-1881), donna «d'indole, d'ingegno, di cultura singolare», conosciuta nel 1872 e cantata nei versi con il nome di Lidia.

Gli impegni dell'insegnamento (dal 1875 è nominato pure professore incaricato di Storia comparata delle letterature neolatine), il lavoro critico e i discorsi ufficiali (fra gli altri quello tenuto nel 1876 in occasione dell'elezione a deputato della Sinistra nel collegio di Lugo di Romagna) non esauriscono l'opera del letterato caratterizzata dalla fervida creatività della scrittura poetica, di cui il frutto più maturo e nuovo, sotto il profilo metrico e formale, sono le Odi barbare (1877), nel solco delle più interessanti esperienze europee.

Lo scudiero dei classici

Altre informazioni

Nelle opere giovanili si firma con lo pseudonimo Enotrio Romano. Carducci lo trae dal nome dell'Enotria, un'antica regione dell'Italia meridionale: in greco Όίνωτρία con il significato di "terra del vino".