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Carducci e l'identità italiana

«Tornate, o giovani, alla scienza e alla conoscenza de' padri, e riponetevi in cuore quello che fu il sentimento il voto il proposito di quei vecchi grandi che han fatto la patria: L'Italia avanti tutto! L'Italia sopra tutto!».
Così Carducci ammoniva nel discorso «Per il tricolore» (1897) pronunciato a Reggio Emilia, nel primo anniversario (1° gennaio) della scelta di quella bandiera a vessillo della Repubblica Cispadana, quando, già da tempo, per amore della patria, egli aveva fatto suo, con particolare fervore, l'impegno di favorire la crescita di quel clima di coesione nazionale essenziale al consolidamento della fragile unità politica raggiunta dopo il 1870. L'obiettivo principale diviene dunque quello di educare il popolo italiano a 'riconoscersi' tale, andando fiero della propria identità nazionale.

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La costruzione di una nazione culturalmente unitaria deve incitare gli italiani, finora divisi, a scoprire dunque le proprie radici comuni, i tratti distintivi, i valori condivisi che attingono alle proprie storie particolari. Questa è la missione intrapresa nell'ultimo ventennio dell'Ottocento dal professore, dal saggista, dal critico e soprattutto dal poeta. Numerosi versi delle raccolte canoniche (Odi barbare, 1877; Rime nuove, 1887; Rime e ritmi, 1899) non mancano infatti di celebrare alcuni «miti identitari», in virtù dei quali la borghesia dell'Italia umbertina avrebbe riconosciuto in Carducci il  massimo scrittore vivente, identificandosi nel "vate" dalla poesia magnieloquente, nel cantore delle glorie antiche e nel custode rigoroso della tradizione letteraria patria. Sulla scorta dello studio di Laura Fournier-Finocchiaro, Giosuè Carducci et la construction de la nation italienne (2006), si documentano in questa sezione: il mito del territorio italiano presentato nella sua unità geografica («l'Italia una, indivisibile, eterna...») con i suoi paesaggi naturali e storici belli ed armoniosi, laddove per Carducci la bellezza di un luogo risiede, oltre che nei tratti fisici che lo distinguono, nell'insieme di credenze e tradizioni popolari che formano il suo patrimonio culturale. Significativo a tal proposito il primo titolo - Natura, arte, storia - attribuito all'ode dedicata a un luogo emblematico di Bologna, come la piazza di San Petronio. Ad esemplificare il paesaggio italiano sono alcuni pezzi tratti da una collezione di cartoline illustrate corredate di versi carducciani uniti a quelli dedicati ai luoghi dell'anima: la terra natìa, Bologna e la montagna.  Il mito di Roma, simbolo perenne di civiltà, «patria, diva, santa genitrice» (Nell'annuale della fondazione di Roma, 1877) della nazione italiana, la quale ne eredita la missione di caput mundi, ovvero di portare ovunque la civiltà e la libertà. Il mito dell'epopea risorgimentale, gli «anni virili» della rinascita nazionale con gli slanci ideali, le passioni drammatiche e i suoi valorosi combattenti e uomini di penna. Fra gli altri l'amico Alberto Mario, di cui Carducci avrebbe curato gli Scritti (1884), dove Hurricane Jessie, Jessie White curava biografia del marito Alberto; Francesco Crispi, «uomo di stato cresciuto dalla democrazia di stato del 1860», ma su tutti si staglia Giuseppe Garibaldi, il più «popolarmente glorioso degl'italiani moderni». A Garibaldi da sempre Carducci voleva dedicare una biografia che non compose mai, mentre presso l'editore Zanichelli raccolse nel 1872 tutti gli scritti suoi, in verso e in prosa, dedicati all'eroe prediletto.

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